Stampa questa pagina
Venerdì, 05 Settembre 2008 17:04

Mi presento, sono Mariarosa

Scritto da 
Vota questo articolo
(1 Vota)

INTERVENTO DI MARIAROSA

CONFERENZA TERRITORIALE DELL'ASL DI MONZA

SALA CONSILIARE DI CINISELLO BALSAMO

SETTEMBRE 2007



Mi presento, sono Mariarosa, ho 52 anni e soffro del disturbo bipolare iniziato sotto forma di depressione, quando avevo 16 anni sfociato poi nella prima euforia a 29 anni.

Un arduo cammino il mio caratterizzato da ricoveri, psicofarmaci e una lunga psicanalisi riuscita e finita, una prassi questa comune a molti che, come me, soffrono di un disagio.

Tutto questo iter rende più consapevoli ma spesso non è sufficiente a garantire una “vita normale”. In questi casi, proprio come è accaduto a me nel lontano 1995, viene proposta l'esperienza della comunità ad alta protezione. Un passaggio questo che, se accettato, rende possibile la realizzazione di se stessi.

Inizialmente da parte dell'utente c'è una certa reticenza ad accettare questa nuova realtà, ma una volta inseriti nel contesto, tutto cambia, si tende a non pensare più a quando si tornerà a casa, sostituendosi a ciò una nuova forma di vita nel gruppo composto da utenti ed operatori e dinamiche di comportamento diverse dal passato, ma soprattutto meno psicotiche.

Ovviamente le differenti patologie e caratteri fanno si che questa esperienza sia vissuta in maniera del tutto personale sia dagli utenti che dagli operatori.

Il soggiorno in comunità, se vissuto in collaborazione e con volontà rende possibile all'utente di compensare la propria patologia per arrivare al momento delle dimissioni con le capacità necessarie per affrontare l'esistenza dotato di una più che discreta autonomia. Qual'è l'alchimia che rende possibile tutto questo? È la vita vissuta in un gruppo di persone che diventano la nuova famiglia ma che parenti non sono; spesso, quasi sempre, l'utente nasce con una predisposizione biologica alla nascita, ma ciò che la concretizza è proprio il nucleo familiare con le sue dinamiche disturbate. Col passare del tempo crescendo in comunità ci si propone un recupero del nucleo familiare. Questo permette che nel tempo anche i familiari partecipino positivamente ed attivamente alla fatica di diventare più autonomi. Quindi conoscersi, avere la coscienza della propria malattia e la determinazione per superarla non basta. Manca quel tassello fondamentale che l'esperienza in comunità offre ad ognuno, cioè liberarsi da modalità antiche per riappropriarsi delle proprie risorse sane per interagire e scoprire dentro di sé un mondo dimenticato o che non c'è mai stato. Durante la permanenza gli utenti scelgono più o meno consapevolmente quegli operatori congeniali al carattere e alla patologia con i quali si stabilisce un transfert emotivo che permette di elaborare le proprie difficoltà affrontandole un po' alla volta per costruire su se stessi e non sulla parte patologica. Si vive in un contesto che non si muove a casaccio ma è caratterizzato da alcune fondamentali regole che rendono possibile una convivenza più sana possibile del gruppo, basata sul rispetto reciproco soprattutto delle proprie diversità in modo da trovare così dinamiche nuove sostituendole ai vecchi vissuti. Anche nella pratica della vita quotidiana si rispettano orari e mansioni responsabilizzando, a partire dalla cura di sé, la cura e l'amore degli ambienti in cui si vive per apprezzare il divenire e le sue piccole cose, vengono proposte attività di vario genere e permette, a chi ne è in grado, di lavorare (all'assemblaggio) e, dulcis in fundo, vengono proposte cose interessanti per il tempo libero come cinema, musica, teatro. Avere dei paletti è importante per ritrovarli dentro sé, a volte non ci sono ma questa è l'occasione per interiorizzarli, perché la comunità è quel contenitore delle ansie espresse e che restituisce le parti più sane di sé permettendo così la propria vera identificazione. È un cammino quasi sempre lungo almeno più lungo del previsto e faticoso, ma necessario perché è la miglior palestra per poter affrontare la vita, non facile, godendo di quella protezione che la comunità offre rendendo possibile muovere i primi passi e costruire con le proprie forze la propria strada. Raggiunti questi obiettivi si presenta il salto nel vuoto. Quasi sempre al momento delle dimissioni non esistono valide alternative per l'utente se non quella di tornare in famiglia, cosa da evitare accuratamente e si sa. Ma allora come si può con una pensione di 250 € o di un part time riuscire a vivere per conto proprio, anche per i più fortunati che hanno una casa popolare? Superato lo scoglio economico c'è un altro scoglio da superare, da soli non si riesce a sostenere la complicata vita nella sua interezza, a volte basta un complice per poter tirare avanti. Il Germoglio è un'associazione composta da persone dimesse dopo la comunità e da persone ancora in comunità, è nato nel 2004 proprio per poter fare l'anello di congiunzione tra comunità e vita fuori. Un difficile passaggio che viene facilitato concretamente, si propone di trovare buone alternative per quegli utenti che fuori dalla comunità non sanno ove andare e come sostenersi economicamente. In modo particolare si propone di impegnarsi a trovare soluzioni abitative e lavorative. Inoltre, come germoglio, stiamo gestendo un circolo culturale e ricreativo per poterci ritrovare meno dipendenti dai servizi per occuparci concretamente del nostro presente e del nostro futuro. Sottolineo con questo che ora che le comunità funzionano bisogna meditare fortemente sul dopo affinché tutto il lavoro, vissuto nella sofferenza e che sortisce l'effetto della riuscita, non sia inutile come la spazzatura. Perché buttare via tutto questo quando con i supporti adeguati ognuno di noi può raggiungere una buona autonomia? Un po' di anni fa mi hanno dato al possibilità di abitare in un piccolo appartamento a Milano, ma non è andata bene perché non era il momento, non era il luogo giusto ed ero troppo sola. Buttavo così addosso agli operatori tutta la mia ansia ed aggressività. Hanno capito che era opportuno fare un passo indietro nella comunità ad alta protezione. Si è ripresentata questa opportunità qualche anno dopo, nel 2004, quando il percorso mio e della mia compagna di stanza era giunto al termine. Abbiamo avuto condizioni favorevoli per andare ad abitare in un appartamento, cioè: ci si conosceva già in due ci si sente meno soli i familiari e i servizi erano contenti e ci hanno sostenuto abbiamo avuto come punto di riferimento una signora che lavorava in comunità come cuoca e che ora è in pensione, con la quale ci si vede una volta la settimana e si fa il punto della situazione. Queste cose ci hanno permesso di affrontare serenamente la gestione della casa.
Letto 1464 volte Ultima modifica il Domenica, 10 Marzo 2013 20:58
Administrator

Ultimi da Administrator