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Alex Zhang Hungai AKA Dirty Beaches nasce nel 1980 a Taipei in Cina, fin da giovane intraprende una vita da nomade sonico che lo porta a New York , Etobicoke(Canada), Honululu, San Francisco , Vancouver, Montreal e in fine Berlino. Come dice lui stesso in un’intervista la sua vita è come un loop di vissuti che lo portano  a trasferirsi da un luogo all’altro a causa della sua irrequietezza che non gli permette di ambientarsi e radicarsi in un luogo specifico, anzi raggiunge la sua stabilità proprio in questo costante spostamento. Il tema della precarietà, delle  radici, del viaggio è fondamentale per capire la musica e l’opera di Dirty Beaches.
Alex inizia il suo percorso musicale come one-man-band a Montreal nel 2005 componendo musica drone strumentale, colonne sonore di film e molti video la maggior parte diretti da lui stesso. Affascinato dalla musica blues, rockabilly, soul, RNB e hip hop e dal cinema inizia a sperimentare realizzando innumerevoli Ep, che lo portano alla realizzazione del primo vero e proprio album nel 2011: Badlands. L’album ultra incensato dalla critica(prende anche una nomination al Polar Music prize: il nobel della musica)è dedicato alla musica che ascoltava suo padre, è infatti incentrato sul rock-blues anni 50. E’ un album ancora influenzato dalla forma canzone tradizionale seppur con un forte approccio sperimentale.
L’ultimo suo lavoro Drifter/Love is the devil è un doppio lp iniziato a  Montreal e finito a Berlino, nello studio di Anton Newcombe mentore del gruppo BrianJonastownMassacre( suo grande estimatore)ed è coadiuvato per la prima volta da una vera band composta da diversi elementi: il chitarrista Shub Roy, il musicista elettronico Bernardino Femminielli, il sassofonista Francesco De Gallo e il batterista Jesse Locke che già collaboravano con Alex.
L’ approccio a questo nuovo capitolo sonico è molto diverso dal precedente, soprattutto nell’uso di veri e propri strumenti e senza l’utilizzo di campioni. La Forma canzone è molto più sperimentale, le influenze di base(hip pop/blues/rockabilly/psichedelia/elettronica) sono scavate fino all’osso creando un altrove musicale con profumi no wave fine anni 70(Suicide), atteggiamenti vocali alla Nick Cave periodo Birthday Party, ma anche sperimentazioni che risentono della scuola Glenn Branca.
Nel metodo compositivo Alex può essere considerato un songwriter “visuale” sotto vari aspetti, se ascoltiamo varie  sue composizioni e chiudiamo gli occhi è facile che ne scaturiscano immagini. Come lui dichiara in un’intervista il suo approccio compositivo si avvicina molto al processo di realizzazione di un film: partendo da un personaggio, una storia o un paesaggio, inizia una ricerca, pensando al suono come soggetto principale fino alla sua definizione più completa, a quel punto inizia la stesura dei testi come fosse una storyboard di un film.
Le  traccie che aprono l’album “Night walk”,”I dream in neon” e ”Casino Lisboa” sono ancora composizioni che echeggiano a “badlands”: primitivi giri di basso, vocals da blues post atomico e tastierine psichedeliche che rimandano a una suono della confusione di rimembranze spacemen3. Su “Belgrade” abbiamo già un’evoluzione, niente cantato, giro di basso ossessivo (techno oriented) con tappetone di tastiere lineari che contrapponendosi creano un bilanciamento perfetto tra ritmo e armonia. In “Elli” il minimalismo ne fa da padrone, synth pop e drum machine asciuttissima con Alex che canta quasi parlando all’orecchio di questa fatidica Elli. In “Aurevoir mon visage”, una ossessiva batteria elettronica fa da sfondo agli sfoghi vocali di Alex in francese, scaturendo in qualcosa di ostico ma al tempo stesso di assolutamente originale. Da qui in poi Alex ritorna alle sue origini di musicista di colonne sonore. In “ Mirage hall” crea  un noire movie ancora da girare, una proto-elettronica krafterkiana con lo sfogo cantato che ne determina la storyboard. In “Landscape in the mist” ci si addentra in un film di fantascienza, una musica  drone  crea lo sfondo, accompagnata da un  sax in improvvisazione che come un pennello colora il tutto di tonalità crepuscolari. In ”This is not my city”la sperimentazione assume toni ambient e scuri con un pianoforte minimale che segna il passaggio e la cadenza del tempo che passa. Mentre “Love is the devil” e come la calma dopo la tempesta che ha spazzato via tutto e la musica è li a rappresentare la tristezza e la malinconia per ciò che non c’è più. In”Greyhound at night” continua l’approccio drone con in sottofondo un sax  come se fosse un seguito alla traccia “landescape in the mist”.In “Alone at the Danube river” ritorna la chitarra in un blues a bassa fedeltà che ripete all’infinito lo stesso giro creando una scena filmica in sospensione tra sogno e realtà accompagnata da tastiere  che proiettano la scena in un altrove scenico che è rappresentato dalla traccia successiva. In ”woman” la musica è ossessiva, schizzoide, ripetitiva in un loop arpeggiato che non lascia via di uscita, il tutto contrapposto a note di pianoforte improvvisato sullo sfondo che creano assieme un’ atmosfera tetra e scura. Il titolo “I don’t how to find my way back to you” esprime benissimo ciò che la musica comunica in questa traccia, la mancanza, la lontananza e la perdita di una relazione, la difficoltà del riavvicinamento e la liricità e la coralità delle tastiere segna la tensione di questa scena in cui la delusione ha trovato la sua pace nella malinconia, che si compie e completa nella traccia successiva appunto in “Berlin”: come se la città  dove Alex vive adesso sia al contempo, causa di tristezza per i posti e gli affetti lasciati alle spalle, ma anche una sorta di nuova  stabilità e di un mondo nuovo più armonico e sereno, dove ha trovato pace ai suoi demoni. E finalmente arriviamo ai titoli di coda con “Like the ocean we part” che, come una ninna nanna, Alex accompagna  la sua vita e il suo film verso un nuovo capitolo imprevedibile e grandissimo come  l'oceano.

Recensione DVD di Danny B.

Metti insieme uno dei più importanti registi del 900 con una delle più longeve e fondamentali band del rock’n’roll di sempre e cosa viene fuori? SHINE A LIGHT, un film che documenta un doppio concerto dei Rolling Stones al Beacon Theatre di New York durante il tour “a bigger bang” del 2006. Scorsese fino a pochi minuti prima del concerto non ha la scaletta della performance e Mick Jagger da bravo diavoletto si diverte a tenere sulle spine il regista attardandosi a consegnarla. Ma poi lo show inizia e tutto va per il meglio. Keith e Ronnie, che in due sono meglio di dieci chitarristi, sono in forma smagliante. Charlie Watts alla batteria impassibile e granitico come sempre e le super sexy labbra del rock Mick in perenne movimento, come indemoniato per tutto il concerto. Più che un concerto è un viaggio nella storia del rock attraverso le loro canzoni più famose: Jumping Jack flash, Sympathy for the devil, Start me up, Brown sugar, Satisfaction e tante altre. Molti sono gli ospiti durante la serata: da Bill Clinton e family che assistono al soundcheck della band a Jack dei White Stripes, che si unisce a Mick e soci durante l’esecuzione di “loving Cup”(canzone del 1972 presente nell’album exile on main st.). al loro amato idolo di sempre Buddy Guy che li accompagna nella cover di Muddy Waters “Champagne and reefer” e al quale Keith Richard da vecchio fan del bluesman regala la sua chitarra alla fine della canzone. L’unico ospite forse un po’ fuori posto è Christina Aguilera che accompagna la band nella canzone “Live with me” dal loro classico album Let it bleed del 1969.

Gli Stones regalano al pubblico per questa occasione una serie di rare esecuzioni di canzoni come:”As tears goes by”, scritta originariamente da Jagger e Richards ma poi ceduta a Marianne Faithfull per uno dei suoi primi singoli che, dopo il successo commerciale, fu ripresa dagli stessi Stones e ri-registrata ottenendo lo stesso successo. Particolarità di questa canzone è che non è mai stata eseguita dal vivo dal gruppo prima di questo tour; altra particolarità, l’esecuzione solista e vocale senza chitarra delle canzoni “You got the silver” e “Connection” da parte di Keith Richards, mentre Mick si va a riposare dietro le quinte.

Vedendo questo concerto ci si rende conto del perché gli Stones siano ancora presenti nel panorama musicale, del successo che ancora oggi ottengono, soprattutto per merito della loro potenza e intensità sonica dal vivo e per la creatività che li contraddistingue anche su album. Rappresentano un esempio per tutte le nuove leve di musicisti che si accingono a entrare in questo stupendo e turbolento mondo che è la musica.

 

Year of the Horse oltre ad essere un doppio album live del 1997 è anche un film su quel tour, girato per volere dello stesso Neil da Jim Jarmush, con il quale collaborò pochi anni prima componendo e suonando la colonna sonora del film “dead man”.Il regista in questo documentario musicale riesce a carpire l’anima dei Crazy Horse appieno, usando diverse tecniche di ripresa e supporti cinematografici e intramezzando al colore momenti di bianco e nero, accostando anche immagini esterne che, come un dipinto filmico, danno ulteriori sfumature alla band e alla loro musica.

Venerdì, 07 Gennaio 2011 21:45

“THREE DAYS-starring the Jane’s Addiction”

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un film di Carter Smith e Kevin Ford

Era settembre 1990 e in edicola usciva Velvet (una mitica rivista di musica che oramai non c’è più) con in copertina una band dal look particolarissimo e super alternativo, mi incuriosii e comprai quel numero. La band erano i Jane’s Addiction e l’album recensito era il loro secondo in studio: Ritual de lo habitual. Lo acquistai pochi giorni dopo e ne rimasi folgorato.

Venerdì, 07 Gennaio 2011 21:22

“I GATTI PERSIANI” un film di Bahman Ghobadi

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Un meraviglioso film che mi ha aperto un mondo che non conoscevo: la realtà musicale in Iran. Chi avrebbe mai pensato che a Teheran esistono centinaia di realtà musicali tali e quali alle nostre ma con una piccola differenza: la loro libertà di espressione è censurata anzi totalmente vietata dal regime( pena la reclusione). Ciò non toglie la voglia e la determinazione di suonare da parte degli artisti che, per provare o fare concerti, fanno i salti mortali in nome della libertà d’espressione e della loro passione per il rock.

Amate i Joy Division e il post punk?Adorate la musica techno e i rave parties? Siete fanatici della New wave e dei New order? Il brit pop è la vostra colonna sonora e il “Madchester sound” è la vostra ispirazione di vita ?Allora questo film per voi è assolutamente da vedere, proprio perché narra la nascita di tutte queste tendenze musicali e culturali. Ecco per voi l’ascensione della città di Manchester da semplice città industriale squallida e tetra a centro della musica inglese e poi mondiale, attraverso il personaggio di Tony Wilson: genialoide presentatore di un programma sulla Granada tv attento alle nuove tendenze musicali di fine anni ’70. Folgorato dai Sex Pistols dopo averli visti dal vivo , decide di aprire un’etichetta discografica : la storica Factory records. Come primo gruppo scrittura niente di meno che i Joy Division ( poi diventeranno New Order dopo la morte del cantante Ian Curtis) e poi Fall, James, Happy Mondays,Northside iniziatori del Madchester- sound che ispirerà la nascita del Brit-pop e di gruppi come Blur-Oasis-Verve-Suede . Ma Il nostro mitico Tony Wilson non si ferma qui, anzi anticipa i tempi aprendo nel 1982 l’ haçienda che, come centro della scena rave-acid house, diventerà verso la fine degli anni ’80 uno dei club più famosi al mondo. Tutto questo è raccontato con ironia, romanzando i protagonisti principali: mitica la scena di Shaun Ryder cantante degli Happy Mondays, rinomato tossicone e divertente sbruffone, all’aeroporto in partenza per le Barbados (dove avrebbero dovuto registrare il nuovo album, ma che si rivela poi solo una vacanza all’insegna degli stupefacenti) quando gli cadono tutte le scorte di metadone creando un subbuglio per cercare di recuperarle, senza successo. Ma anche la scena di Martin Hannet nella produzione del primo album dei Joy Division che manda il batterista sul tetto dello studio a registrare per cercare di creare un suono originale, e la gran scena finale in cui i managers della London records vogliono rilevare la Factory ormai in banca rotta e chiedono a Tony Wilson i contratti con gli artisti; sconvolgendoli, lui rivela che non esistono legami scritti tra i gruppi e l’etichetta, perché sono i gruppi i veri proprietari della musica e anche dei master. Insomma un film che racconta una fase storica della musica inglese. Divertente dissacratorio e profondamente rock’n’roll. Da vedere.

recensione di Danny B.

 

 

Finalmente è uscito in dvd questo film che il vostro  Danny  consiglia vivamente a chi ama il rock’n’roll,  il buon cinema e la musica anni 60.

Ispirato a una realtà realmente esistita, il film è ambientato in una radio pirata su una nave ancorata nel mare del nord. Siamo a metà degli anni 60 in piena rivoluzione sessuale, culturale  e sociale; il regista dipinge questo importante periodo a partire dai personaggi e dj di questa  folle e divertentissima radio usando come traino la musica di quel periodo.

Radio Rock trasmette 24 ore al giorno rock’n’roll e pop ed è seguita da quasi metà della popolazione britannica a differenza della radio nazionale: la BBC che trasmette solo 2 ore di rock alla settimana e preferisce il jazz e la musica classica alla musica del diavolo.  Questa situazione non piace al governo inglese infatti il ministro Dormandy…,interpretato magistralmente da Kenneth Branagh, affida al segretario Pirlot l'incarico di ostacolare in tutti i modi la trasmissione di Radio Rock, giudicandola sovversiva, temendo l’influsso “negativo”  sulla popolazione. Cerca in tutti i modi di chiuderla dapprima bloccando il finanziamento da parte degli inserzionisti pubblicitari, e poi con il Marine Offences Act, che dichiara le navi-radio illegali poiché a rischio di occupare le frequenze di soccorso. Alla fine il simbolo del “potere” ci riesce, ma è oramai troppo tardi perché la miccia del cambiamento e’ già stata accesa e la rivoluzione è in atto.

Il film si apre con l’arrivo di Carl, giovane adolescente, sulla nave di radio rock, mandato dalla madre dopo essere stato espulso da scuola,  con la scusa di fargli trovare la sua strada, ma in realtà per fargli scoprire e conoscere il suo vero padre, uno dei dj della nave con cui la madre aveva avuto un flirt 18 anni prima. Attraverso il ragazzo incontriamo i vari personaggi della nave: Quentin(Bill Nighy), il gestore e creatore della radio, il “conte”( Philip Seymour Hoffman) e Gavin (Rhys Ifans) i due super star djs ambedue americani e in perenne competizione, il dottor Dave(Nick Frost) Bob Midnight Mar e molti altri in variegate situazioni a volte esilaranti, a volte commoventi ma sempre  assolutamente rock’n’roll. Il regista è stato formidabile nella scelta degli attori per ogni singolo ruolo, tutti bravissimi nell’ interpretare i personaggi, divertentissimi, dissacranti, originali  e mai scontati; insomma un film vero, umano, da lacrimuccia nel finale, mai sdolcinato e, soprattutto, brillantemente rock’n’roll.

di Jonathan Levine; con Ben Kingsley, Josh Peck, Famke Janssen, Olivia Thirlby, Mary-Kate Olsen, Jane Adams, Method Man, Aaron Yoo.

Recensione di Danny B.

Un bellissimo film indipendente americano girato con pochi soldi, che ha ricevuto molti consensi di pubblico e critica vincendo il Sundance film festival come miglior film drammatico, scritto e diretto da Jonathan Levine, arriva finalmente in Italia.

La storia e’ ambientata a New York nell’estate 1994:Luke Shapiro(Josh Peck) un giovane adolescente appena diplomato, gira per le strade della grande mela spacciando marijuana, raggranellando soldi anche per aiutare la sua famiglia, in  crisi sia coniugale che finanziaria, a pagare i debiti per evitare lo sfratto. Luke in crisi esistenziale è in terapia da un rinomato psicoanalista sessantenne che paga con la marijuana: il dottor Squires (Ben Kingsley),

DVD:sympathy for the devil_ONE PLUS ONE di JEAN-LUC GODARD

Edito da: RAROVIDEO- www.rarovideo.com

Recensione di Danny B.

 

 

 

 

Siamo nell’estate 1968 a Londra in pieno periodo di contestazione, poco dopo l’esplosione del maggio parigino. Abbiamo davanti due mostri sacri: one i Rolling Stones +one Jean-Luc Godard. Da una parte una delle massime espressioni musicali di tutti i tempi, dall’altra uno dei registi più sperimentali e influenti della storia del cinema.

Adoro scoprire nuovi locali con programmazioni musicali di qualità e valide realtà musicali poco conosciute ancora senza etichetta. Questo è il caso dell’arci Lo-Fi di Milano: situato nelle vicinanze della stazione di Rogoredo in un posto fuori dal mondo che ricorda molto le locations del film Paranoid Park ( un validissimo lungometraggio del regista Gus Van Sant del 2007 che recensirò per voi prossimamente). Un loft, dal sapore newyorkese, costituito da due ambienti: l’ingresso con bar e spazio dj chillout con arredo minimale e un altro grande salone con palco, sia per concerti che per serate dj-set danzanti.

La band che suonava quella sera erano i Bizarre Collection, un trio milanese formato da Simone Mattiolo, Luca Campus e Stefano Greco, molto particolare che spazia in ambienti sperimentali unicamente strumentali mescolando musica elettronica, folk e psichedelica. Al primo ascolto mi hanno ricordato molto gruppi tipo Bowery Electric, Global Comunication , Mogway ma anche realtà shoegazer tipo Slowdive e My Bloody Valentine, ovviamente senza il cantato. Costituiscono un progetto ancora in fase di evoluzione, infatti in quella occasione hanno presentato dei nuovi pezzi aggiungendo un nuovo componente e un nuovo strumento alla band : Gianluca degli Emoglobe al basso. Dopo il concerto ho avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con loro, e mi hanno rivelato che hanno intenzione di sperimentare un loro amico alla voce sui nuovi pezzi. Se volete approfondire la loro musica vi consiglio di andare sul loro www.myspace.com/thebizarrecollection.

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